Dal 28 al 30 settembre ha debuttato nelle sale italiane il film-documentario “Naza”, diretto dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, presentato in concorso per il Leone d’oro alla 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, aggiudicandosi il Premio speciale della giuria. Un documentario entrato al centro del dibattito pubblico per il suo potere di fare luce, una volta per tutte, sul genocidio in corso sulla striscia di Gaza.
Per comprendere il vero significato del documentario, bisogna partire dal suo stesso titolo. “Naza”, che in ebraico significa “danni collaterali”, è il nome con cui l’intelligence israeliana definisce i civili che moriranno in seguito a un attacco, il cui numero è calcolato in anticipo.
Il documentario
Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, il documentario è frutto di un’annosa inchiesta iniziata subito dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, in collaborazione con una squadra di giornalisti palestinesi e il giornale The Guardian il quale, inoltre, renderà a breve disponibile Naza online gratuitamente.
Al centro ci sono le testimonianze di ventiquattro intervistati anonimi, tra militari e membri dell’intelligence israeliana, e il loro racconto delle procedure operative e l’uso di tecnologie di sorveglianza e analisi automatizzata dei dati. In particolare, rivelano l’impiego del sistema di intelligenza artificiale “Lavender” per la stesura automatica di liste di bersagli, del programma “Homeland” per le intercettazioni telefoniche e della procedura “Where’s Daddy”, ideata per tracciare i sospetti attraverso le comunicazioni dei familiari, riferendo di cifre di vittime civili attese comunicate come parte ordinaria delle procedure operative. Secondo le testimonianze, i bombardamenti vengono privilegiati in orario notturno nelle abitazioni private, con la preventiva consapevolezza del numero di civili a rischio di morte e della possibilità del 15% che Lavender non raggiunga effettivamente l’obiettivo militare e uccida quindi persone innocenti.
“Naza” dunque non si limita solo a mostrare le conseguenze della guerra, immagini già conosciute e spesso distorte del genocidio a Gaza, ma indaga i meccanismi che contribuiscono a rendere sistematica l’uccisione di un’intera popolazione e mostra senza filtri che il destino delle vite umane è solo parte di una procedura, un “effetto collaterale” di un clic, come nei videogiochi.

La reazione del governo israeliano al documentario
Intanto, il governo israeliano ha risposto con un lungo comunicato ufficiale dell’Idf. Secondo le Forze di Difesa Israeliane, il documentario “presenta un quadro distorto, fuorviante e non imparziale del processo di pianificazione degli obiettivi e di esecuzione degli attacchi da parte dell’esercito“. La narrazione del film si basa su numerosi errori fattuali derivanti da rappresentazioni manipolatorie della realtà”.
La nota afferma che “l’esercito israeliano non ha mai pianificato, approvato o condotto a Gaza un attacco nel quale si prevedesse l’uccisione di 500 civili, o anche solo di un numero lontanamente paragonabile. Né è mai stato seriamente sostenuto che un attacco dell’Idf abbia causato un numero di vittime di tale entità o vicino a esso”. E ancora: “L’intelligenza artificiale non ha mai selezionato autonomamente gli obiettivi da colpire per conto dell’Idf. L’individuazione degli obiettivi da colpire viene effettuata esclusivamente da ufficiali dell’intelligence autorizzati, gli attacchi vengono pianificati dai professionisti competenti e la decisione se procedere o meno viene presa dai comandanti operativi”.
Secondo l’esercito, “in sintesi, contrariamente a quanto sostenuto nel film, tra le altre cose: le direttive vincolanti dell’Idf distinguono in modo esplicito, completo e chiaro tra gli operatori militari e i civili non coinvolti a Gaza. I processi di individuazione degli obiettivi si basano fondamentalmente su questa distinzione, vietano di dirigere intenzionalmente gli attacchi contro i civili e impongono di ridurre, per quanto concretamente possibile, il rischio di arrecare loro danno”.
Ma due soldati dell’intelligence e uno dell’unità droni hanno confermato le rivelazioni inserite nel documentario parlando con la stampa attraverso la ONG di ex militari israeliani Breaking the Silence.

La scelta di non rimanere indifferenti
Il riscontro del documentario è stato estremamente positivo registrando 60 mila spettatori solo all’esordio, insolito per un’opera di tale gravità, lontana anni luce dalle convenzioni dell’intrattenimento. Quello di Naza è un risultato molto più significativo di quanto sembri, giacché un gran numero di persone ha dimostrato di essere disposto ad affacciarsi alla dura realtà dei luoghi afflitti da questo sterminio e alle scomode testimonianze di chi ogni giorno si insanguina le mani, che si aggrappano per sempre al cuore dello spettatore provocando un’unica e sola risposta in tutto il pubblico: un rispettoso silenzio.
Pertanto, quella che doveva essere una programmazione-evento di soli tre giorni, proseguirà ancora in oltre 500 cinema italiani.