Quando si parla di letteratura italiana medievale, si pensa subito alle cosiddette tre corone fiorentine o ai poeti del Dolce Stilnovo. Eppure, in un contesto misogino e poco propenso a valorizzare il talento femminile, tentarono di farsi largo alcune poetesse degne di essere ricordate per il loro spirito di intraprendenza e per i messaggi, sempre vivi e attuali, che ci hanno trasmesso. Tra queste vi fu Compiuta Donzella, una pochissime voci femminili del Duecento italiano.
La sua figura è avvolta nel mistero: di lei ci sono giunti solo tre sonetti, dai quali si ricavano quasi tutte le informazioni biografiche. Persino il nome è incerto: Compiuta Donzella sembrerebbe infatti un senhal, cioè un nome dietro cui si cela, in cui “Compiuta” sta per “ricca di virtù” e “Donzella” per “nubile”.
Ella è stata una poetessa fiorentina vissuta nella seconda metà del 1200 e il fatto che sapesse comporre sonetti suggerisce la sua appartenenza ad una famiglia nobile che le garantì una buona istruzione.
Il suo desiderio era proprio quello di rimanere “donzella” e di seguire la sua vocazione religiosa monacandosi, piuttosto che sposare uno sconosciuto che non amava davvero per il volere del padre, come si evince dai seguenti versi:
“…lo padre mio mi fa stare pensosa,
ca di servire a Cristo mi distorna:
non saccio a cui mi vol dar per isposa”
(da “Lasciar vorria lo mondo e Dio servire”)
In passato, parte della critica dubitò anche della sua esistenza, ipotesi successivamente smentita grazie ai riferimenti presenti in una lettera di Guittone d’Arezzo a lei indirizzata e nei sonetti di Maestro Rinuccino e Maestro Torrigiano.
Proprio con quest’ultimo, Compiuta ebbe una tenzone, cioè uno scambio di rime polemico e al contempo ironico in cui si pone un pò come una femminista ante litteram, pronta a rispondere a tono a chi mette in dubbio il suo talento di rimatrice. Nel sonetto “Esser donzella di trovare dotta” Torrigiano si dice meravigliato del fatto che esista una donna dotta al punto da poter comporre versi, definendo il suo senno “fuor natura” come un cavallo che suona la lira.
Compiuta risponde alla provocazione con altrettanta ironia: ha ragione a stupirsi dato che, pensando gli uomini che in una donna «senno in lei non piglia», dirle che è «for natura» significa farle un complimento (Le voci di Gaia. L’eco dei versi d’una Donzella Gaia ed Insegnata, prima rimatrice in lingua italiana”, Carla Rossi, 2008).
Ciò ci fa comprendere quanto fosse dura al tempo di Compiuta guadagnare credibilità in un contesto che non riteneva le donne all’altezza delle arti e della letteratura e a quanto Compiuta sia stata una donna forte e capace di contrastare i detrattori con assertività per difendere le sue doti.

I sonetti:
I suoi componimenti presentano affinità con la poesia petrarchesca e con la tradizione provenzale, soprattutto per i temi trattati.
“A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora”: l’arrivo della primavera, la stagione della rinascita della natura e del risveglio dei sentimenti non suscita in Compiuta felicità perché destinata dal padre ad un matrimonio forzato che soffoca la sua vocazione religiosa.
“Lasciar vorria lo mondo e Dio servire”: Compiuta esprime il desiderio di abbandonare un mondo privo di bontà per affidarsi completamente a Dio, ancora una volta in opposizione alla volontà paterna.
“Ornato di gran pregio e di valenza”: il sonetto é presumibilmente parte di una tenzone con Chiaro Davanzati. Compiuta è profondamente grata per le sue lodi e i suoi elogi, ma soprattutto per averla ricordata, aspetto di cui lei va più fiera. Da qui si evince che l’interlocutore sia interessato a sapere se Compiuta sia istruita. Lei si dichiara non proprio così ricca di sapienza, così come non è del tutto soddisfatta della sua vita, ma pronta a “servire”, in nome di Amore, chi la apprezza così com’è, senza inganno.